Note 12 . I "lumi": l'autosufficienza della ragione.

(1).  I.  Kant,  Risposta  alla domanda: che  cos'  l'illuminismo?
(Beantwortung  der Frage: Was ist Aufklrung?) in I. Kant,  Scritti
di filosofia politica, La Nuova Italia, Firenze, 1985, pagina 26.

(2).  Confronta  P.  Casini, Scienza, utopia e  progresso.  Profilo
dell'illuminismo, Laterza, Bari, 1994, pagine 14-15.

(3).  Si  pensi  a  B.  Croce (1866-1952) che parla  di  "mentalit
massonica  che  si  chiam nel secolo decimottavo enciclopedismo  e
giacobinismo" (B. Croce, Contro la cultura massonica, in Cultura  e
vita  morale, Laterza, Bari, 1915, pagina 145, citato da P. Casini,
opera citata, pagina 3).

(4). Vedi capitoloTre, 1, pagine 63-64.

(5).   D'Alembert,   Discorso  preliminare  dell'Enciclopedia,   in
d'Alembert-Diderot, L'Enciclopedia, a cura di P.  Casini,  Laterza,
Bari, 1964, pagina 139.

(6). Confronta ibidem.

(7). Ivi, pagina 140.

(8).  "La  fisica  deve  dunque limitarsi alle  osservazioni  e  ai
calcoli;  la medicina alla storia del corpo umano, delle  malattie,
dei  rimedi;  la storia naturale alla descrizione particolareggiata
dei  vegetali,  degli  animali  e dei  minerali;  la  chimica  alla
composizione e scomposizione naturale dei corpi; tutte le  scienze,
insomma,  fedeli per quanto  possibile ai fatti e alle conseguenze
che se ne possono dedurre, non concedono alcunch all'opinione,  se
non quando vi sono obbligate" (ibidem).

(9).  Ibidem. Secondo il filosofo tedesco E. Cassirer, autore,  nel
1932,  di  un  saggio che ha segnato la nascita  della  riflessione
contemporanea  sull'illuminismo (La filosofia dell'illuminismo,  La
Nuova Italia, Firenze, 1992 5), la nuova riflessione filosofica del
diciottesimo  secolo   caratterizzata proprio  dalla  sostituzione
dello "spirito sistematico" allo "spirito di sistema".

(10).  D. Diderot, voce Enciclopedia, in d'Alembert-Diderot,  opera
citata,  pagina 151. Il progetto dell'Enciclopedia  nacque  con  un
intento  puramente commerciale: tradurre e vendere  in  Francia  la
Cyclopaedia  di E. Chambers, pubblicata a Londra nel  1728,  e  che
sar  tradotta  in  italiano a Venezia  nel  1748,  con  il  titolo
Dizionario  universale delle arti e delle scienze. La direzione  fu
affidata nel 1747 dall'editore Le Breton, stampatore ufficiale  del
re, a Diderot e a d'Alembert, che ampliarono il progetto dell'opera
e  chiamarono  a  collaborarvi  i pi  importanti  intellettuali  e
scienziati  del  tempo,  ma anche - e questo    un  aspetto  molto
importante - magistrati, artisti, tecnici e artigiani per esporre i
princpi   delle   loro   arti.   I  collaboratori   furono   circa
centosessanta.  La  realizzazione  del  progetto  dovette  superare
contrasti  e difficolt. Diderot, che ormai pensava di dar  vita  a
un'opera  originale e non pi a una semplice traduzione,  pubblic,
nel  1750,  un  Prospectus, cio un piano dell'opera in  cui  erano
indicati   i   criteri   redazionali   e   il   costo   d'acquisto;
l'Enciclopedia sarebbe stata costituita da otto volumi di  testi  e
da  due volumi di tavole. I sottoscrittori, che inizialmente  erano
un migliaio, furono oltre quattromila. I primi due volumi apparvero
nel  1751  e  nel  1752;  il  terzo, nonostante  l'opposizione  dei
gesuiti,  usc  nel  novembre del 1753. Dopo  la  pubblicazione,  a
cadenza  annuale, dei tre volumi successivi, nel 1757 fu  inasprita
la  censura  sulla stampa e il settimo volume pot essere  stampato
solo  nel 1758, suscitando subito una violenta ripresa delle accuse
contro  gli enciclopedisti non solo da parte dei gesuiti, ma  anche
dei calvinisti, offesi da quanto d'Alembert aveva scritto alla voce
Genve  (Ginevra): il divieto di tenere spettacoli  teatrali  nella
citt  era indice di intolleranza e di mancanza di libert.  L'anno
successivo, contro l'Enciclopedia venne pronunciata una  accusa  di
empiet  di  fronte alla suprema corte di Francia, fu  revocato  il
"privilegio"   di   stampa   e  fu  imposto   di   indennizzare   i
sottoscrittori; nello stesso anno arriv anche la condanna da parte
del papa Clemente ottavo. A seguito di queste vicende d'Alembert  e
molti   altri  abbandonarono  la  redazione,  ma  Diderot,  anzich
obbedire all'ingiunzione di rimborsare i sottoscrittori, promise la
rapida pubblicazione dei tomi relativi alle arti e ai mestieri; nel
1766  furono  distribuiti gli ultimi volumi di testo e  negli  anni
immediatamente successivi quelli relativi alle tavole.

(11). D'Alembert, opera citata, pagina 139.

(12).  "Questa  parola significa concatenazione  delle  scienze;  
composta  dalla  preposizione greca  en,  "in",  e  dai  sostantivi
kyklos,  "circolo",  e paidea, "conoscenza""  (D.  Diderot,  opera
citata,   pagina   151).  Qui  Diderot,  traducendo   paidea   con
connoissance  non richiama il significato letterale  della  parola:
"ciclo  educativo", "educazione completa nelle  sue  fasi";  questo
significato  comunque reso esplicito nelle righe che seguono  -  e
che abbiamo ricordato sopra - in cui egli afferma che le conoscenze
devono essere esposte e trasmesse.

(13). D. Diderot, Interpretazione della natura, ventunesimo, in  D.
Diderot,  Opere  filosofiche,  a cura  di  P.  Rossi,  Feltrinelli,
Milano, 1967, pagina 121.

(14). Ibidem. "Il manovale polveroso" spiega Diderot "reca prima  o
poi,  dai  sotterranei dove scava alla cieca,  il  pezzo  fatale  a
questo  edificio  costruito con la pura  forza  della  mente;  esso
crolla, e restano solo materiali ammucchiati alla rinfusa,  fino  a
quando un altro genio temerario intraprende una nuova combinazione.
Felice quel filosofo sistematico al quale la natura avr dato, come
un tempo a Epicuro, a Lucrezio, ad Aristotele, a Platone, una forte
immaginazione,  una  grande  eloquenza,  l'arte  di  presentare  le
proprie  idee mediante immagini sorprendenti e sublimi!  L'edificio
da  lui  costruito potr cadere un giorno; ma la sua statua rester
in  piedi  in  mezzo alle rovine; la pietra che si staccher  dalla
montagna  non l'abbatter, perch i suoi piedi non sono d'argilla".
Il  "pezzo  fatale"  che  far crollare l'edificio  rappresenta  le
scoperte  empiriche casuali che mettono in crisi i  grandi  sistemi
filosofici,  tra le cui rovine continuer comunque ad  emergere  la
grandezza  dei  filosofi  del passato;  come  gi  aveva  affermato
Galileo,  la critica e il rifiuto dell'aristotelismo non  implicano
la negazione dei meriti di Aristotele.

(15).  "L'uomo,  dice Linneo [Diderot si riferisce alla  prefazione
della  Fauna suecica (svedese), pubblicata da C. von Linn (Linneo)
a Stoccolma nel 1746], non  n una pietra, n una pianta: dunque 
un  animale. Non ha un unico piede: dunque non  un verme. Non  un
insetto,  perch  non ha antenne. Non ha pinne:  quindi  non    un
pesce. Non  un uccello, perch  privo di piume. Che cosa dunque 
l'uomo?  Ha  la  bocca di un quadrupede; ha quattro  piedi,  i  due
anteriori  gli servono per il tatto, i due posteriori a  camminare.
Dunque,    un  quadrupede. "E' vero," continua il  classificatore,
"che  in conseguenza dei miei princpi di storia naturale non  sono
mai  riuscito a distinguere l'uomo dalla scimmia; infatti  vi  sono
certe  scimmie che hanno meno peli di certi uomini: queste  scimmie
camminano come gli uomini e si servono delle mani come gli  uomini.
D'altronde  secondo me la parola non  in alcun modo  un  carattere
distintivo:  nella mia classificazione ammetto solo  caratteri  che
dipendono  dal  numero,  dalla figura, dalla  proporzione  e  dalla
posizione."  "Dunque la vostra classificazione  cattiva",  afferma
la  logica. "Dunque l'uomo  un animale con quattro piedi," afferma
il   naturalista"  (D.  Diderot,  Interpretazione   della   natura,
quarantanovesimo, citato, pagine 142-143).

(16).  Confronta  la  voce Arte in La filosofia  dell'Enciclopedia,
Laterza, Bari, 1966, pagine 175-176.

(17).  Nel Prospectus Diderot illustra il metodo utilizzato per  la
redazione di molte voci dell'Enciclopedia: "Ci siamo rivolti ai pi
abili di Parigi e del regno. Ci siamo presi la briga di andare  nei
loro   opifici,   interrogarli,  scrivere  sotto  loro   dettatura,
sviluppare  i  loro  pensieri,  trovare  termini  adatti  ai   loro
mestieri,  tracciare  le relative tavole e definirle,  parlare  con
coloro  dai  quali avevamo ottenuto memorie scritte, e (precauzione
quasi indispensabile) rettificare in lunghi e ripetuti colloqui con
alcuni   ci   che   altri  avevano  spiegato   insufficientemente,
oscuramente,  talvolta non fedelmente. [...]  E'  stato  necessario
procurarsi  pi volte le macchine, costruirle, por mano  all'opera,
diventare, per cos dire, apprendisti, eseguire noi stessi  pessimi
lavori  per insegnare agli altri a farne di buoni. Si sono  mandati
disegnatori  negli  opifici, si sono fatti schizzi  di  macchine  e
strumenti"    (D.    Diderot,   Prospectus,   in    La    filosofia
dell'Enciclopedia, citato, pagine 152-154).

(18).  D.  Diderot,  Interpretazione della natura,  primo,  citato,
pagina 112.

(19).  Ivi,  nono,  pagina  117. Diderot insiste  ripetutamente  su
questo  concetto:  "Il  vero  modo di filosofare  sarebbe  stato  e
sarebbe    quello   di   applicare   l'intelletto   all'intelletto;
l'intelletto  e  l'esperienza ai sensi; i  sensi  alla  natura,  la
natura all'esame degli strumenti; gli strumenti alla ricerca  e  al
perfezionamento  delle  arti, che si  offrirebbero  al  popolo  per
insegnargli  a rispettare la filosofia" (ivi, diciottesimo,  pagina
120).  "I  fatti, di qualunque natura, sono la vera  ricchezza  del
filosofo" (ivi, ventesimo, pagina 121).

(20). Ivi, diciassettesimo, pagina 120.

(21).  Voce Arte, in La filosofia dell'Enciclopedia, citato, pagine
175-176.

(22).   Voltaire,   Lettere  filosofiche,  in   Voltaire,   Scritti
filosofici, a cura di P. Serini, Laterza, Bari, 1972, volume primo,
pagina 41.

(23). Ivi, pagina 43.

(24). Ivi, pagina 47.

(25). Voltaire, Trattato di Metafisica, sesto, in Voltaire, Scritti
filosofici, citato, volume primo, pagina 171.

(26). "Per realizzare il nostro scopo abbiamo immaginato una statua
interiormente organizzata nel nostro stesso modo, e animata da  uno
spirito  privo  di  qualsiasi specie di idee. Noi abbiamo  supposto
ancora  che  la  sua parte esterna, costituita  di  marmo,  non  le
permettesse  l'uso dei sensi, e ci siamo riservati  la  libert  di
aprirli,  a  nostra scelta, alle diverse impressioni  di  cui  sono
suscettibili.  Abbiamo  ritenuto di dover  cominciare  dall'odorato
[...]  e  -  dopo  averli  considerati [i sensi]  separatamente  ed
insieme  -  abbiamo visto la statua diventare un animale capace  di
provvedere  alla  propria conservazione" (. Bonnot  de  Condillac,
Trait  des  sensations, [disegno], in P. Rossi,  a  cura  di,  Gli
illuministi  francesi,  Loescher, Torino, 1987,  pagina  248).  "La
nostra   statua     dunque  capace  di  prestare  attenzione,   di
ricordarsi,   di   comparare,  di  giudicare,  di  discernere,   di
immaginare; essa possiede nozioni astratte, idee di numeri  e  idee
di  durata; essa conosce verit generali e particolari; essa  forma
desideri,   presa da passioni, ama, odia, vuole; essa  capace  di
speranza,  di  timore e di stupore; infine essa contrae  abitudini"
(.  Bonnot de Condillac, Trait des sensations, primo, vi, 1, ivi,
pagina 249).

(27). Ivi, pagina 250. Confronta anche le pagine 251-260.

(28). "Concludiamo dunque coraggiosamente che l'uomo  una macchina
e  che in tutto l'universo c' una sola sostanza" (J. Offroy de  La
Mettrie,  L'uomo  macchina, in L'uomo macchina e altri  scritti,  a
cura di G. Preti, Feltrinelli, Milano, 1973 2, pagina 81).

(29).  "Dagli animali all'uomo non c' un passaggio brusco: i  veri
filosofi  ne converranno. Che cos'era l'uomo prima delle  parole  e
della  conoscenza delle lingue? Un animale della  sua  specie,  che
aveva molto meno istinto naturale degli altri, di cui allora non si
credeva re"(ivi, pagina 45).

(30).  Nel 1748 La Mettrie pubblic anonimo anche un breve opuscolo
dal  titolo L'uomo pianta, in cui l'uomo  "trasformato" in pianta,
per  mettere in evidenza le reali analogie che esistono  in  natura
fra mondo animale e mondo vegetale. Confronta ivi, pagine 83-96.

(31). "Non prendiamo per bisogni i desideri di un'immaginazione che
ama eccitarsi, e in tal modo ci saranno meno golosi, meno ubriaconi
e  meno  voluttuosi: ma diamo alla natura ci che  appartiene  alla
natura.  Si beve quando si ha sete e si mangia quando si  ha  fame"
(J.  Offroy  de  La  Mettrie,  Anti-Seneca,  ossia  Discorso  sulla
felicit, in L'uomo macchina e altri scritti, citato, pagina 145).

(32). "La diseguaglianza di spirito che si riscontra fra gli uomini
dipende  unicamente dalla diversa educazione che  essi  ricevono  e
dalla  ignota e differente concatenazione delle circostanze in  cui
si  trovano collocati" (C.-A. Helvtius, De l'esprit, terzo,  xxvi,
in Gli illuministi francesi, citato, pagina 285).

(33).  "La  natura  l'insieme di tutti gli esseri  e  di  tutti  i
movimenti  a  noi  noti,  e di moltissimi altri  che  non  possiamo
conoscere  in  quanto  sono inaccessibili ai nostri  sensi"  (P.-H.
d'Holbach,  Systme  de la nature, primo, iv,  in  Gli  illuministi
francesi, citato, pagina 285).

(34).  "Dall'azione e dalla reazione continua di tutti  gli  esseri
che  la  natura  comprende  risulta una  successione  di  cause  ed
effetti,   cio  di  movimenti  governati  da  leggi   costanti   e
invariabili proprie di ogni essere, necessarie o inerenti alla  sua
natura, le quali fanno s che esso agisca o si muova in una maniera
determinata" (ivi, secondo, i, pagine 285-286).

(35). Ivi, pagina 286.

(36). Ivi, primo, iv, pagina 287.

(37). Confronta ivi, pagina 288.

(38). "L'uomo deve quindi smettere di cercare al di fuori del mondo
che  abita altri esseri capaci di procurargli una felicit che  gli
viene  rifiutata  dalla  natura: egli deve invece  studiare  questa
natura, impararne le leggi, contemplare la sua energia e la maniera
immutabile in cui agisce; egli deve applicare le sue scoperte  alla
propria  felicit, e sottomettersi in silenzio a leggi a cui  nulla
pu  sottrarlo,  consentendo ad ignorare le cause ricoperte  da  un
velo impenetrabile; egli deve subire di buon grado i decreti di una
forza  universale  che  non  pu ritornare  sui  propri  passi,  n
discostarsi  dalle  regole  imposte dalla  propria  essenza"  (ivi,
primo, primo, pagina 289).

(39).  J. Meslier, Testamento, quarantanovesimo, a cura di I.  Tosi
Gallo, Guaraldi, Firenze, 1972, pagina 147.

(40).  Il  calcolo infinitesimale, nella "versione" newtoniana  del
calcolo  delle  flussioni,  ripreso in Francia da personaggi  come
Buffon e d'Alembert; le geometrie non euclidee hanno le loro radici
negli studi di Karl Friedrich Gauss (1777-1855), matematico, fisico
e astronomo tedesco.

(41). J.-L. Lagrange (1736-1813) si occup di tutti i settori della
matematica  (dalla teoria delle equazioni a quella delle  funzioni,
dal  calcolo  infinitesimale  al  calcolo  delle  variazioni),   di
meccanica e di astronomia. Per meccanica analitica, o razionale, si
intende  lo  studio di un sistema, libero o vincolato,  soggetto  a
forze assegnate, secondo princpi generali di tipo matematico.

(42).  P.-S.  de Laplace (1749-1827) si occup della  teoria  della
probabilit  ed elabor una ipotesi per la quale la formazione  del
sistema  solare  avvenuta attraverso la condensazione  progressiva
di  una  nebulosa primordiale e la successiva separazione di  masse
secondo  la velocit di rotazione. Questa teoria, condivisa  da  I.
Kant,  nota come "teoria di Kant-Laplace".

(43).  "Tutti parlando senza posa di bisogno, avidit, oppressione,
desiderio,  orgoglio  han trasportato nello stato  di  natura  idee
prese  nella  societ: parlavano dell'uomo selvaggio e  dipingevano
l'uomo   civile"  (J.-J.  Rousseau,  Discorso  sull'origine   della
diseguaglianza,  in  J.-J. Rousseau, Opere, a  cura  di  P.  Rossi,
Sansoni, Firenze, 1972, pagine 42-43).

(44). Ivi, pagina 43.

(45).  J.-J. Rousseau, Discorso sull'economia politica  [si  tratta
della  voce  Economia  politica apparsa nel 1755  nel  quinto  tomo
dell'Enciclopedia], in J.-J. Rousseau, Opere, citato, pagina 118.

(46).  Rousseau  insiste  sul carattere ipotetico  dello  stato  di
natura dell'uomo che egli descrive, "uno stato che non esiste  pi,
che  forse non  mai esistito, che probabilmente non esister  mai"
(J.-J.   Rousseau,  Discorso  sull'origine  della   diseguaglianza,
citato,  pagina  39),  ma al tempo stesso   convinto  dell'utilit
della  sua  indagine, della sua "storia ipotetica", per  "rimuovere
tutte  quelle  difficolt  che si presentano  riguardo  all'origine
della disuguaglianza morale, ai veri fondamenti del corpo politico,
ai  diritti  reciproci dei suoi membri, e a mille  altre  questioni
simili, tanto importanti quanto mal chiarite" (ivi, pagina 41).

(47).  Ivi,  pagina 60. J. Meslier aveva scritto: "Un  altro  abuso
quasi   universalmente  accettato  e  autorizzato   nel   mondo   
l'appropriazione individuale che gli uomini fanno dei beni e  delle
ricchezze della terra, che dovrebbero, invece, essere posseduti  da
tutti in parti uguali e di cui tutti dovrebbero usufruire equamente
in comune" (J. Meslier, opera citata, pagina 147).

(48).  "Molta industria", "lumi", la trasmissione del  sapere  alle
generazioni future, sono espressioni e concetti che ricorrono nella
voce  Enciclopedia  di  D. Diderot. Confronta  in  questo  capitolo
pagine 281-284.

(49).  J.-J. Rousseau, Del contratto sociale o princpi del diritto
politico,  primo, primo, in J.-J. Rousseau, Opere,  citato,  pagina
279.

(50).  Anche per Hobbes l'uomo nasce libero, sebbene questa libert
possa concretizzarsi nel fare la guerra ai propri simili.

(51).  "Rinunziare alla propria libert significa  rinunziare  alla
propria  qualit  d'uomo,  ai diritti dell'umanit,  anzi  ai  suoi
doveri"  (J.-J.  Rousseau, Del contratto  sociale  o  princpi  del
diritto politico, primo, quarto, citato, pagina 282).

(52).  Altrove Rousseau scrive che "il figlio stesso  non  era  pi
nulla  per  la madre, non appena potesse far senza di  lei"  (J.-J.
Rousseau,  Discorso  sull'origine  della  diseguaglianza,   citato,
pagina 60).

(53).  J.-J. Rousseau, Del contratto sociale o princpi del diritto
politico, primo, secondo, citato, pagina 280.

(54). Ivi, primo, quarto, pagina 282.

(55). Ibidem.

(56). Ivi, pagine 282-283.

(57). Ivi, primo, sesto, pagina 285.

(58). Ivi, pagina 284.

(59).  "Riguardo  agli associati, essi prendono collettivamente  il
nome  di popolo, e si chiamano particolarmente cittadini in  quanto
partecipi  dell'autorit sovrana, e sudditi  in  quanto  sottomessi
alle   leggi  dello  Stato"  (ivi,  pagina  285).  Questo  dualismo
dell'individuo - sovrano e suddito - lo ritroveremo al centro della
riflessione di I. Kant sulla morale; confronta capitolo Tredici, 3,
pagine 373-382.

(60). Ivi, pagina 285.

(61). Ivi, secondo, terzo, pagina 290.

(62). Ivi, pagina 291.

(63). Ivi, primo, settimo, pagina 286.

(64). Confronta ibidem.

(65).  Ivi,  secondo, quinto, pagine 293-294. Succede  come  in  un
organismo in cui una o pi cellule - ammalatesi - pur facendo parte
di  quello  stesso organismo lo attaccano e possono  provocarne  la
morte  se questo non riesce ad isolarle ed eliminarle. Naturalmente
-  conclude Rousseau - il ricorso frequente alle pene   indice  di
debolezza dell'organismo: "In uno stato ben governato vi sono poche
punizioni [...] perch ci sono pochi criminali" (ibidem).

(66). Ivi, quarto, secondo, pagina 328.

(67). Ivi, pagina 327.

(68). Confronta ivi, secondo, sesto, pagine 294-296.

(69). Ivi, pagina 295.

(70). Ivi, terzo, primo, pagina 304.

(71). Ibidem.

(72).  "In ogni vera democrazia la magistratura non  un vantaggio,
ma  un  carico  oneroso, che non si pu giustamente  imporre  a  un
individuo  piuttosto  che a un altro" (ivi, quarto,  terzo,  pagina
329).

(73).  Confronta Platone, Repubblica, 519d-520e. Vedi anche  volume
primo, capitolo Cinque, 6.

(74).  "Le  elezioni a sorte avrebbero pochi inconvenienti  in  una
vera  democrazia, dove, essendo tutto uguale, sia quanto ai costumi
e  alle capacit, sia quanto alle massime e alla fortuna, la scelta
diventerebbe  quasi  indifferente" (J.-J. Rousseau,  Del  contratto
sociale  o  princpi del diritto politico, quarto,  terzo,  citato,
pagina 329).

(75). Ibidem.

(76). Ibidem.

(77).  J.-J.  Rousseau, Emilio o dell'educazione, primo,  in  J.-J.
Rousseau, Opere, citato, pagina 350. Confronta anche la Professione
di  fede  del  vicario savoiardo contenuta nel quarto  libro  della
stessa  opera:  "Meditando  sulla  natura  dell'uomo,  vi  credetti
scoprire  due  princpi distinti, l'uno dei quali lo  elevava  allo
studio  delle verit eterne, all'amore della giustizia e del  bello
morale, alle regioni del mondo intellettuale, la cui contemplazione
fa  le delizie del saggio, e l'altro lo conduceva bassamente in  se
stesso,  lo  assoggettava all'impero dei sensi, alle  passioni  che
sono  i  loro  ministri, e contrariava con esse tutto ci  che  gli
ispirava il sentimento del primo. Sentendomi trascinato, combattuto
da questi due movimenti contrari, dicevo fra me: "No, l'uomo non  
uno;  io  voglio e non voglio, mi sento schiavo e libero nel  tempo
stesso; vedo il bene, lo amo, e faccio il male; sono attivo  quando
ascolto la ragione, passivo quando le passioni mi trascinano; e  il
mio  peggior  tormento, quando soccombo,   di  sentire  che  avrei
potuto  resistere"" (ivi, quarto, pagina 548). Vedi anche  la  nota
87.

(78). Ivi, pagine 350-351.

(79). Ivi, pagina 351.

(80). Confronta ibidem.

(81). Ibidem.

(82). Confronta ivi, pagine 409-413.

(83). Ivi, secondo, pagina 397.

(84). Ivi, pagina 398.

(85). Per Rousseau il periodo che va dalla nascita ai dodici anni 
determinante  per  la  formazione  dell'individuo;  confronta  ivi,
primo, pagina 360.

(86). Ivi, pagina 399.

(87). "Ricordatevi sempre che lo spirito della mia educazione non 
d'insegnare al fanciullo molte cose, ma di non lasciar mai  entrare
nel  suo cervello che idee giuste e chiare. Quand'anche non sapesse
nulla,  poco  importa, purch non s'inganni; e io non  metto  delle
verit  nella  sua  testa se non per garantirlo  dagli  errori  che
imparerebbe  in  loro  vece.  La  ragione,  il  giudizio,   vengono
lentamente,  i  pregiudizi accorrono in folla, ed  da  questi  che
bisogna preservarlo" (ivi, terzo, pagina 461).

(88). "Io voglio educare Emilio in campagna, lontano dalla canaglia
dei servitori, gli ultimi degli uomini dopo i loro padroni; lontano
dai  perfidi costumi delle citt, che la vernice di cui si  coprono
rende  seducenti e contagiosi per i fanciulli; invece  i  vizi  dei
contadini, senza ricercatezza e in tutta la loro grossolanit, sono
pi  adatti  a  disgustare che a sedurre, quando non  si  ha  alcun
interesse ad imitarli" (ivi, secondo, pagina 398).

(89). Ivi, quinto, pagina 712.

(90). Non ci sono dubbi - anche se egli lo ha negato pi volte, per
ragioni  contingenti  -  che la Professione  di  fede  del  vicario
savoiardo sia in sostanza la professione di fede di Rousseau,  come
egli  stesso  ammette nella terza delle Passeggiate solitarie:  "Il
risultato delle mie faticose ricerche fu quello, press'a poco,  che
consegnai  in  seguito  nella  Professione  di  fede  del   vicario
savoiardo,   opera  indegnamente  prostituita  e  profanata   nella
generazione  attuale,  ma  che  un  giorno  potrebbe  generare   un
rivolgimento  tra  gli  uomini,  se  mai  vi  dovessero   rinascere
buonsenso  e  buonafede"  (J.-J. Rousseau,  Passeggiate  solitarie,
terzo, in J.-J. Rousseau, Opere, citato, pagina 1334). Nella figura
del  vicario  savoiardo Rousseau ha voluto onorare  due  preti  che
giocarono  un  ruolo decisivo nella sua vita. Uno  era  Jean-Claude
Gaime,  che  incontr a Torino, l'altro Jean-Baptiste  Gtier,  che
conobbe  al  seminario di Annecy: "Avvicinando  M.  Gtier  con  M.
Gaime,  feci  di  questi  due degni preti l'originale  del  vicario
savoiardo"  (Le  Confessioni di J.-J.  Rousseau,  terzo,  in  J.-J.
Rousseau, Opere, citato, pagina 812).

(91).  Rousseau  polemizza  apertamente  con  i  materialisti  -  e
indirettamente anche con Spinoza - che vedono nella Natura la causa
della  sua  stessa  esistenza. Confronta J.-J. Rousseau,  Emilio  o
dell'educazione, quarto, citato, pagine 543-547.

(92). Confronta ivi, pagina 545.

(93). Ibidem.

(94). Ivi, pagina 547.

(95). Confronta ibidem.

(96). Ivi, pagine 547-548.

(97). Confronta ivi, pagina 548.

(98). ivi, pagina 551.

(99). Ivi, pagina 557.

(100). Ivi, pagina 554.

(101). Confronta ibidem.

(102).  Ibidem,  pagina  555. La frase   ripresa  da  Agostino  di
Ippona, De vera religione, trentanovesimo, 72: "Non uscire fuori di
te, rientra in te stesso, la Verit abita nel profondo dell'uomo".

(103).  "Che  fanno a me i delitti di Catilina? Ho forse  paura  di
essere  la sua vittima? Perch dunque ho di lui il medesimo  orrore
come  se fosse mio contemporaneo? Noi non odiamo soltanto i cattivi
perch  ci  nuocciono,  ma  perch sono malvagi"  (confronta  J.-J.
Rousseau, Emilio o dell'educazione, quarto, citato, pagina 556).

(104). Ivi, pagina 558.

(105).  Confronta  ivi,  pagine  562-564;  in  particolare:  "Quale
purezza  di  morale, qual dogma utile all'uomo e onorevole  al  suo
Autore  posso io trarre da una dottrina positiva, ch'io  non  possa
trarre  senza di essa dal buon uso delle mie facolt?" (ivi, pagina
562).

(106). Ivi, pagina 561.

(107).  Confronta, ad esempio, Ch. de Montesquieu,  Essai  sur  les
causes qui peuvent affecter les esprits et les caractres, in G. A.
F.,  volume  quattordicesimo, pagine 494-495;  confronta  anche  De
l'esprit  des  lois,  quattordicesimo,  1-2;  diciassettesimo,   2;
diciottesimo,  1, 2, 4. De l'esprit des lois ("Sullo spirito  delle
leggi")      il  titolo  dell'opera  pi  famosa  di  Montesquieu,
pubblicata nel 1748.

(108). Confronta Ch. de Montesquieu, Lo spirito delle leggi, con un
saggio   introduttivo  di  G.  Macchia,  Rizzoli,   Milano,   1989,
Prefazione, volume primo, pagine 141-142.

(109). Ivi, primo, 1, volume primo, pagina 147.

(110). Ibidem.

(111). Ivi pagine 148-149.

(112). Confronta ivi, primo, 3, pagina 151.

(113). Confronta ivi, secondo, 1, pagina 155.

(114). Confronta ivi, terzo, 1-4, pagine 167-170.

(115). Confronta ivi, terzo, 5-8, pagine 171-174.

(116). Confronta ivi, terzo, 9, pagina 174.

(117). Confronta ivi, quinto, 6-7, pagine 195-198.

(118). Ivi, quinto, 9, pagina 203.

(119). Confronta ivi, quinto, 14, pagine 206-211.

(120). Ivi, ottavo, 3, pagina 265.

(121). Confronta, ivi, ottavo, 6, pagine 267-268.

(122). Ivi, ottavo, 10, pagina 270.

(123). Ivi, undicesimo, 6, pagine 309-310.

(124). Ivi, pagina 310.

(125). Confronta ibidem.

(126). Confronta ibidem.

(127). Ibidem.

(128).  "Visto  che tua figlia ha compiuto sette anni,  ho  pensato
fosse  tempo di farla passare negli appartamenti interni dell'harem
senza aspettare che abbia dieci anni [...]. Non  mai troppo presto
per  privare una ragazzina delle libert dell'infanzia e per  darle
una  santa educazione nelle sacre mura dove abita il pudore".  Cos
la  madre della ragazzina in questione scrive al marito in  viaggio
in Europa (Ch. de Montesquieu, Lettere persiane, LXII, Frassinelli,
Milano, 1995, pagina 105).

(129). Ivi, ventiquattresimo, pagina 42. Il re di Francia  un gran
mago:  "Se  nel  suo tesoro ha solo un milione di  scudi  e  gliene
occorrono due, deve solo convincerli [i sudditi] che uno  scudo  ne
vale  due,  e  quelli  ci credono. Se c' da sostenere  una  guerra
difficile e non ha denaro, non deve fare altro che mettere loro  in
testa  che  un  pezzo di carta  denaro e ne sono subito  convinti.
Arriva  perfino  a  fargli credere che li  guarisce  da  ogni  male
toccandoli,  tanto  la forza e il potere che ha sulle loro  menti"
(ibidem). Le allusioni di Montesquieu sono alle continue variazioni
del valore della moneta durante il regno di Luigi quattordicesimo e
all'introduzione di cartamoneta che il sovrano costringeva  i  suoi
creditori ad accettare in saldo dei suoi debiti; inoltre ai sovrani
francesi  era  attribuito il potere di guarire la  scrofolosi,  una
forma di tubercolosi delle linfoghiandole, con il tocco delle mani.

(130). Ivi, LXXXVII, pagina 151.

(131). Ch. de Montesquieu, Lo spirito delle leggi, quindicesimo, 5,
citato, pagine 404-405.

(132).  Fisiocrazia,  o  costituzione  naturale  del  governo   pi
vantaggioso per il genere umano (1768). Quesnay si ricorda  inoltre
come autore di un Tableau conomique, "Quadro economico" (1758), in
cui  descrive  l'attivit economica come un processo circolare  cui
partecipano  le  classi sociali degli agricoltori (i  soli  la  cui
attivit  dia  luogo a un prodotto netto), degli  artigiani  e  dei
proprietari terrieri.

(133). F. Quesnay, voce Grani, in Enciclopedia, a cura di A.  Pons,
Feltrinelli,  Milano,  1966, volume primo,  pagina  391;  confronta
anche  Enciclopedia,  a cura di A. Soboul, Editori  Riuniti,  Roma,
1976, pagina 111.

(134). Ivi, pagina 393.

(135).  "Il  principio di tutti questi vantaggi  nell'agricoltura,
che  fornisce gli articoli di prima necessit, che assicura entrate
al  governo e ai proprietari terrieri, decime al clero, profitto ai
lavoratori. Sono queste ricchezze fondamentali, sempre rinnovabili,
quelle che servono di base a tutte le altre entrate del regno,  che
danno  lavoro  a tutte le altre professioni, che fanno  fiorire  il
commercio,  favoriscono  l'incremento  della  popolazione,  rendono
vivace l'industria e mantengono prospera la nazione" (ibidem).

(136). A. Smith, La ricchezza delle nazioni. Abbozzo, a cura di  V.
Parlato, Editori Riuniti, Roma, 1969, pagina 7.

(137). Confronta ivi, pagina 6.

(138). Ivi, pagine 9-10.

(139). Ivi, pagina 8.

(140). Confronta ivi, pagine 8-9.

(141). Confronta ivi, pagine 10-11.

(142). Ivi, pagina 12.

(143). Confronta ivi, pagine 21-24.

(144). Confronta ivi, pagina 13.

(145).  "Questa  divisione del lavoro, dalla quale  derivano  tanti
vantaggi,  non , all'origine, un effetto della saggezza umana  che
prevede  e mira a quel generale benessere cui poi d luogo.  E'  la
necessaria,  per quanto lenta e graduale, conseguenza di  un  certo
principio o inclinazione della natura umana, che non si propone  un
cos  grande risultato. , questa inclinazione, comune a tutti  gli
uomini,  che non si trova invece in nessun'altra specie di animali:
la  tendenza  a trafficare, a barattare, a cambiare  una  cosa  con
l'altra" (ivi, pagina 26).

(146). Ivi, pagina 44.

(147). Vedi capitolo Sette, 1, pagine157-160.

(148).  Risposta di Giambattista Vico all'articolo decimo del  tomo
ottavo  del "Giornale de' Letterati d'Italia", quarto, in G.  Vico,
Opere filosofiche, Sansoni, Firenze, 1971, pagina 156.

(149).  La mente umana "sebbene possa pensare qualcosa sulle  cose,
tuttavia non le pu conoscere, perch ne  partecipe della ragione,
ma  non    padrona"  ("ita  ut de rebus  cogitare  quidem  possit,
intelligere  autem  non possit; quare particeps sit  rationis,  non
compos") (G. Vico, De antiquissima Italorum sapientia, primo, 1, in
G. Vico, Opere filosofiche, citato, pagina 63).

(150).  "Il  "vero" e il "fatto" hanno relazione reciproca  ...  si
convertono l'uno nell'altro" (ibidem).

(151).  Della  Scienza  nuova usciranno una  seconda  edizione  con
integrazioni  nel  1730  e  una  terza,  ulteriormente  rivista   e
arricchita, postuma, nel 1744.

(152).  "Alle  Accademie  dell'Europa  /  [...]  /  in  questa  et
illuminata  in cui / nonch le favole / e le volgari  tradizioni  /
della  storia  gentilesca / ma ogni qualunque autorit  /  de'  pi
riputati filosofi / alla critica di severa ragione / si sottomette"
(G.  Vico,  Scienza  nuova [1725], in G. Vico,  Opere  filosofiche,
citato, pagina 170).

(153). Confronta ivi, primo, primo, pagine 172-173.

(154). Confronta ivi, pagina 172.

(155).  Nella versione del 1744 della Scienza nuova Vico sintetizza
cos i tre princpi: "Osserviamo tutte le nazioni cos barbare come
umane,  quantunque per immensi spazi di luoghi  e  tempi  tra  loro
lontane,  divisamente fondate, custodire questi tre umani  costumi:
che  tutte  hanno  qualche religione, tutte  contraggono  matrimoni
solenni,   tutte  seppelliscono  i  loro  morti;  n  tra  nazioni,
quantunque  selvagge  e crude, si celebrano azioni  umane  con  pi
ricercate  cerimonie  e pi consegrate [consacrate]  solennit  che
religioni,  matrimoni e sepolture. Ch, per la degnit  [principio]
che  "idee uniformi, nate tra popoli sconosciuti tra loro,  debbono
avere  un  principio comune di vero", dee essere  stato  dettato  a
tutte:  che da queste tre cose incominci appo tutte [presso  tutte
le  nazioni]  l'umanit,  e  per  ci  si  debbono  santissimamente
custodire perch il mondo non s'infierisca e si rinselvi  di  nuovo
[ritorni  allo  stato bestiale e selvaggio]. Perci  abbiamo  presi
questi  tre costumi eterni ed universali per tre primi princpi  di
questa  Scienza" (G. Vico, Princpi di una scienza nuova  d'intorno
alla  comune natura delle Nazioni, in questa terza impressione  dal
medesimo autore in un gran numero di luoghi corretta, schiarita,  e
notabilmente accresciuta, [1744], Libro primo, [sezione terza]  De'
princpi,  in G. Vico, Opere filosofiche, citato, pagina  461).  Il
corsivo  di Vico.

(156). Ivi, Libro primo, [sezione quarta] Del metodo, citato pagina
465.

(157).  Ivi,  Libro  secondo, [sezione prima  -  capitolo  secondo]
Corollari  d'intorno  agli aspetti principali  di  questa  Scienza,
quinto, citato, pagina 482.

(158).  Ivi, Libro quarto, [Introduzione], citato, pagina  641.  Il
riferimento alla divisione in tre et della storia egizia si  trova
anche  nella  prima  sezione del Libro primo  della  Scienza  nuova
(citato, pagina 411). Alle tre et avrebbero corrisposto tre lingue
e tre modi di scrittura: la geroglifica, la simbolica e la fonetica
convenzionale ("pistolare o per caratteri convenuti da' popoli").

(159).  Questo  lungo  elenco corrisponde ai titoli  delle  sezioni
prima-undicesima  del  Libro quarto della  Scienza  nuova,  citato,
pagine   641-657.  Per  "stta  dei  tempi"  si  intende  ci   che
comunemente  si  dice  il  costume,  l'indole  di  un  secolo,   la
situazione sociale di una determinata epoca.

(160). Ivi, Libro quarto, [sezione prima], citato, pagina 641.

(161). Ivi, Libro quarto, [sezione terza], citato, pagina 642.

(162). Ivi, Libro quinto, [capitolo primo], citato, pagina 681.

(163). Confronta ibidem.

(164). Confronta ivi, pagine 682-683.

(165). Confronta ivi, [capitolo secondo], pagina 692.

(166). Confronta ivi, pagine 692-693.

(167). Su Vico si  molto discusso, soprattutto nel nostro secolo e
nel  nostro  paese,  a  partire  dall'interpretazione  che  ne   d
Benedetto  Croce: egli vede, sostanzialmente, in Vico un precursore
del  pensiero  del  diciannovesimo secolo e  in  particolare  della
filosofia    dello   spirito   di   Hegel,   cio   la    negazione
dell'illuminismo.  B.  Croce, La filosofia  di  Giambattista  Vico,
Laterza,  Bari,  1962 6, con aggiunte dello stesso  Croce  rispetto
alla prima edizione del 1911.

(168).  Confronta  N.  Badaloni,  Introduzione  a  G.  Vico,  Opere
filosofiche,  citato; in particolare il paragrafo  secondo,  G.  B.
Vico nel suo tempo, pagine tredicesimo-sedicesimo.

(169).  Sia  la  Scienza  nuova del 1725 sia  quella  del  1744  si
chiudono   con  un'affermazione  inequivocabile:  "senza   un   Dio
provvedente,  non  sarebbe  nel  mondo  altro  stato  che   errore,
bestialit,  bruttezza, violenza, fierezza, marciume e  sangue;  e,
forse  e senza forse, per la gran selva della terra orrida  e  muta
oggi  non sarebbe genere umano" (edizione del 1725, citato,  pagina
328);  "Ch  le  religioni sono quelle unicamente per  le  quali  i
popoli  fanno  opere  virtuose  per sensi,  i  quali  efficacemente
muovono gli uomini ad operarle, e le massime da' filosofi ragionate
intorno  a  virt  servono  solamente  alla  buona  eloquenza   per
accendere  i sensi a far i doveri delle virt. Con quella essenzial
differenza  tra  la nostra cristiana, ch' vera,  e  tutte  l'altre
degli altri, false: che, nella nostra, fa virtuosamente operare  la
divina  grazia  per un bene infinito ed eterno, il  quale  non  pu
cader sotto i sensi, e, in conseguenza, per lo quale la mente muove
i  sensi  alle virtuose azioni; a rovescio delle false, ch'avendosi
proposti  beni  terminati  e  caduchi  cos  in  questa  vita  come
nell'altra  (dove aspettano una beatitudine di corporali  piaceri),
perci  i  sensi devono strascinare la mente a far opere di  virt"
(edizione del 1744, citato, pagina 701).

(170).   B.   Croce   -  sostenitore  di  Vico   quale   precursore
dell'idealismo  -  a questo proposito cerca di vedere  nel  ricorso
vichiano   non  la  ripetizione  dell'identico,  ma   comunque   un
progresso:  "Il  ripercorso  del corso,  il  circolo  eterno  dello
spirito, pu e deve (sebbene il Vico non lo dica) pensarsi non solo
diverso  nel  moto  uniforme,  ma  continuamente  arricchentesi   e
crescente  su s stesso, in guisa che la nuova epoca del senso  sia
in realt arricchita di tutto l'intelletto, di tutto lo svolgimento
precedente,  e  cos la nuova epoca della fantasia o  quella  della
mente  spiegata. La barbarie ritornata, il Medioevo, fu  per  tanti
rispetti  uniforme  all'antica  barbarie;  ma  non  per  ci   deve
considerarsi  identica  se  contenne in  s  il  cristianesimo  che
compendi  e super il pensiero antico" (B. Croce, La filosofia  di
Giambattista Vico, Laterza, Bari, 1965, pagine 124-125). Il corsivo
 nostro.

(171).  "Ma egli  questo mondo, senza dubbio, uscito da una  mente
spesso diversa ed alle volte tutta contraria e sempre superiore  ad
essi fini particolari ch'essi uomini si avevan proposti; quali fini
ristretti, fatti mezzi per servire a fini pi ampi, gli  ha  sempre
adoperati  per conservare l'umana generazione in questa terra"  (G.
Vico, Scienza nuova [1744], citato, pagina 700).

(172).  L'Accademia  del Cimento, come indica il  suo  stesso  nome
(cimento   significa   "prova",  "verifica"),   si   proponeva   di
controllare sperimentalmente le varie scoperte scientifiche di  cui
giungeva  notizia  dall'intera Europa attraverso  le  pubblicazioni
specializzate  che  avevano  grande  diffusione  all'interno  della
comunit  scientifica  del continente. Nel Settecento  -  come  era
successo  anche  nel secolo precedente - si assiste  a  un  dialogo
continuo  e  molto  vivo tra gli scienziati dei diversi  paesi,  da
Napoli  a  Lipsia,  da Milano a Vienna e a Berlino,  da  Firenze  a
Parigi e Londra.

(173). Redi dimostr che le mosche non nascono spontaneamente dalla
carne  in putrefazione: era necessario che altre mosche vi avessero
precedentemente deposto le uova.

(174). Su quest'ultimo punto si veda A. Genovesi, Discorso sopra il
vero   fine  delle  lettere  e  delle  scienze,  nel  tomo  quinto,
Riformatori napoletani, della serie "Illuministi italiani",  in  La
letteratura  italiana.  Storia e testi,  Ricciardi,  Milano-Napoli,
1962, pagine 84-131.

(175).  Nel 1763 Pietro Verri pubblica un Saggio sulla grandezza  e
decadenza  del  commercio di Milano sino al 1750 e  le  Meditazioni
sulla  felicit; del 1773  un Discorso sull'indole del  piacere  e
del dolore.

(176).  C.  Beccaria,  Dei delitti e delle  pene,  primo,  Rizzoli,
Milano, 1950, pagina 13.

(177). Ivi, secondo, pagina 16.

(178). Ivi, primo, pagina 15.

(179). Ivi, quarantaduesimo, pagina 96.

(180). Ivi, secondo, pagine 16-17.

(181).  Beccaria ammette una sola eccezione al rifiuto di comminare
(o  infliggere) la pena di morte: nelle situazioni - transitorie  e
momentanee - in cui "una nazione ricupera o perde la sua  libert",
cio  in un momento rivoluzionario in cui si tratta di difendere  o
riacquistare  la  libert  perduta; ma  in  uno  stato  in  cui  la
sovranit,  in qualsiasi forma e senza eccezioni (quindi  anche  in
uno  stato tirannico o autoritario),  esercitata attraverso  leggi
chiare  e pubbliche, la pena di morte non ha alcun senso (confronta
ivi, sedicesimo, pagina 46).

(182). Ivi, pagina 49.

(183). Confronta ibidem.

(184). Per Kant, confronta capitoloTredici.

(185).  Ch. Wolff, Vernnftige Gedanken von der Menschen  Thun  und
Lassen ("Riflessioni razionali sul modo di agire degli uomini"), in
R.  Ciafardone,  L'illuminismo  tedesco,  Loescher,  Torino,  1983,
pagina 66.

(186).  Dalla realt si pu risalire con certezza alla possibilit:
ci  che   reale non potrebbe esserlo se "prima", o comunque,  non
fosse  stato  possibile;  non   dato, infatti,  che  l'impossibile
diventi  reale.  Ma il possibile, per essere tale, non  pu  essere
contraddittorio,   perch  tutto  ci  che  contiene   in   s   la
contraddizione (come "un legno ferroso o due circoli che si toccano
reciprocamente pur avendo lo stesso centro")  impossibile.  Quindi
la realt non pu essere contraddittoria.

(187). Confronta Ch. Wolff, Vernnftige Gedanken von Gott, der Welt
und der Seele des Menschen ("Riflessioni razionali su dio, il mondo
e  l'anima  dell'uomo"), secondo, in R. Ciafardone,  opera  citata,
pagine 133-135.

(188). Ivi, pagina 135.

(189).  "Io dimostro questo principio ancora nel modo seguente.  Si
prendano  due  enti  A  e  B, che sono identici.  Se  pu  esistere
qualcosa che non possieda una ragione sufficiente n nella cosa  n
al  di fuori di essa, allora in A pu avvenire un mutamento che non
segue  in  B,  se  si pone B al posto di A. In tal  modo  B  non  
identico ad A. Poich proprio da ci che viene assunto, che cio  A
  identico a B, segue che esso non  identico a B, se non si vuole
ritenere  valido  il  principio  di ragion  sufficiente,  mentre  
impossibile  che  qualcosa possa essere e non essere  nello  stesso
tempo,    cos   questo   principio   deve   avere   una   validit
incontestabile,  cio deve essere vero: ogni cosa  ha  una  ragione
sufficiente per esistere" (ivi, pagina 136).

(190).   Confronta  E.  Cassirer,  La  filosofia  dell'illuminismo,
citato, pagina 60.

(191).  Voltaire,  Lettera a Mairan, 5 maggio 1741,  citata  da  E.
Cassirer, La filosofia dell'illuminismo, citato, pagina 60.

(192).  E. Cassirer, La filosofia dell'illuminismo, citato,  pagina
177.

(193).  "Per  esempio    storica  la  conoscenza  che  si  ha  per
esperienza che il Sole sorge di mattino e tramonta di sera; che  le
gemme  degli alberi sbocciano all'inizio della primavera;  che  gli
animali  si propagano mediante generazione" (Ch. Wolff, Philosophia
rationalis  sive  Logica, "Filosofia razionale o Logica",  Discorso
preliminare, quarto, in R. Ciafardone, opera citata, pagina 126).

(194).  Ch.  Wolff,  Elementa  matheseos  universae  ("Elementi  di
matematica  universale"),  primo, in R. Ciafardone,  opera  citata,
pagina 131.

(195).  Ch.  Wolff, Philosophia rationalis sive Logica  ("Filosofia
razionale   o  Logica"),  Discorso  preliminare,  quarto,   in   R.
Ciafardone, opera citata, pagina 131.

(196). Confronta Ch. Wolff, Vernnftige Gedanken von Gott, der Welt
und der Seele des Menschen ("Riflessioni razionali su dio, il mondo
e  l'anima dell'uomo"), in R. Ciafardone, opera citata, pagine  60-
64.

(197).  Ch.  Wolff, Vernnftige Gedanken von dem gesellschaftlichen
Leben  der Menschen ("Riflessioni razionali sulla vita degli uomini
in societ"), primo, 2, in R. Ciafardone, opera citata, pagine 260-
263.

(198).  Ch.  Wolff, Philosophia rationalis sive Logica  ("Filosofia
razionale   o  Logica"),  Discorso  preliminare,  quarto,   in   R.
Ciafardone, opera citata, pagina 126.

(199).  Confronta  L.  Geymonat, Storia del pensiero  filosofico  e
scientifico,  nove  volumi,  Garzanti,  Milano,  1970-1996,  volume
terzo, pagina 508.

(200). Vedi capitolo Dieci, 2, pagina233, pagine8-9.

(201).  E. Cassirer, La filosofia dell'illuminismo, citato,  pagina
269.

(202).  "Precettore, maestro della Germania". Confronta ivi, pagina
177.

(203).  G.  E.  Lessing,  Die  Erziehung  des  Menschengeschlechtes
("L'educazione del genere umano"), in R. Ciafardone, opera  citata,
pagina 222.

(204).  Tra  le  sue opere, oltre alla gi citata L'educazione  del
genere  umano, che si occupa - come vedremo - anche della  funzione
pedagogica  della religione, si possono ricordare: Das  Christentum
der   Vernunft  ("Il  cristianesimo  della  ragione")  e  ber  die
Entstehung   der  geoffenbarten  Religion  ("Sulla   genesi   della
religione rivelata").

(205). E' abitudine citare, parlando di Lessing, una frase che egli
avrebbe  pronunciato  in  punto di  morte  di  fronte  al  filosofo
Friedrich Heinrich Jacobi (1743-1819): "I concetti ortodossi  della
divinit  non fanno pi per me; non riesco a gustarli. n  ka  Pn
[Uno  e  Tutto]:  io  non  so  altro" (confronta  E.  Cassirer,  La
filosofia dell'illuminismo, citato, pagina 267).

(206).  G.  E.  Lessing,  Die  Erziehung  des  Menschengeschlechtes
("L'educazione del genere umano"), in R. Ciafardone, opera  citata,
pagina 222.

(207). Ibidem. Il corsivo  nostro.

(208). Ibidem. I corsivi sono di Lessing.

(209). Confronta ivi, pagina 224.

(210). Confronta ivi, pagine 223-224.

(211). Confronta ivi, pagine 225-226.

(212).  Kant  scrive:  "Nel  sistema futuro  della  metafisica,  ci
toccher un giorno di seguire il metodo rigoroso del celebre Wolff,
il  pi  grande  dei filosofi dommatici, il quale per  primo  diede
l'esempio (e per questo esempio divenne in Germania il creatore  di
quello  spirito di esattezza, che non s' ancora smarrito) di  come
si  possa  prendere  il sicuro cammino di una  scienza,  stabilendo
regolarmente i princpi, definendo nettamente i concetti,  cercando
il rigore nelle dimostrazioni, e rifiutandosi ai salti temerari nel
trarre  le  conseguenze"  (I.  Kant,  Critica  della  ragion  pura,
Prefazione  alla  seconda  edizione,  Laterza,  Bari,  1975  [prima
edizione 1909-1910], volume primo, pagina 32).

(213).  Anche se nell'Enciclopedia alla voce Nazione sono  dedicate
pochissime  righe:  "Nazione. Parola collettiva  per  indicare  una
quantit  considerevole  di  persone,  che  abitano  in  un   certo
territorio,  compreso entro determinati confini,  e  che  obbedisce
allo  stesso  governo" (Enciclopedia, a cura di A. Soboul,  citato,
pagina 161).

(214).  Confronta  K. Marx, Per la critica dell'economia  politica,
Editori Riuniti, Roma, 1969, pagina 172.

(215). Non accenniamo alla natura della proposta di Swift per non
privare i nostri lettori del piacere di gustarla direttamente dalle
sue parole.
